Il posto delle cose prossimamente a Milano…

maggio 7th, 2012 § Lascia un commento

In preparazione la presentazione del libro a Milano, in uno scenario prestigioso… Presto ne sapremo tutti di più.

 

Su Excursus di maggio la mia recensione di “Luminosa Signora” (Alfonso Lentini)

maggio 7th, 2012 § Lascia un commento

Online sulla rivista di attualità e cultura Excursus, curata con passione da Luigi Grisolia, la mia recensione del libro “Luminosa Signora. Lettera veneziana d’amore e d’eresia” (Mauro Pagliai Editore). La potete leggere qui: http://www.excursus.org/poesia/VastaLentiniLuminosaSignora.htm

Il posto delle cose. Le poesie su Barcellona. Flash dalla presentazione al Pickwick di Messina

aprile 18th, 2012 § Lascia un commento

Pickwick, Messina. Flash dalla presentazione de Il posto delle cose di Saverio Vasta

aprile 18th, 2012 § Lascia un commento

Intervista di Maria Gerace su “Il posto delle cose” online su Editoriasiciliana.it

marzo 30th, 2012 § Lascia un commento

Ecco di seguito il testo dell’intervista, a cura di Maria Gerace, che mi ha dedicato la rivista di editoria e cultura Editoriasiciliana.it.
Intervista a Saverio Vasta

Saverio Vasta nasce a Messina nel luglio del 1977, si laurea in Scienze della comunicazione ed esercita la professione di giornalista pubblicista. Collaboratore, per un lustro, della Gazzetta del Sud, vive ora a Roma e lavora presso l’Ufficio Stampa e della comunicazione dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco). Dopo il felice esordio nel 2008 con Lo spergiuro del gallo (Maremmi Editore Firenze), è ora alla sua seconda pubblicazione con Il posto delle cose(Pungitopo Editrice). Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo.

Nei versi che compongono la tua ultima fatica, Il posto delle cose, l’attenzione viene subito catturata da due tematiche portanti che fanno da filo conduttore alle liriche: la precarietà dell’esistenza dell’uomo moderno e la memoria. Che valenza ha per te la memoria, quest’istante che nel suo scorrere si fissa immobile nel tempo?

Non riuscirei a immaginare la mia vita senza la memoria delle esperienze e dei luoghi vissuti, delle emozioni provate, delle conoscenze acquisite attraverso i racconti dei miei genitori e dei miei nonni. Sarebbe come vivere la vita di un altro. È ben più che un rifugio, la memoria: è parte di noi. Ci distingue, ci guida, illumina e indirizza il nostro presente. È una dimensione essenziale. Allo stesso modo, non riuscirei a immaginare un’umanità privata di memoria: sarebbe un gregge alla deriva, che pascola pericolosamente sul margine di un precipizio.

Oggi è come se la parte del cervello deputata all’apprendimento, alle esperienze e quindi alla memoria fosse surrogata dallo strumento tecnologico, una sorta di immenso hard-disk che custodisce il sapere. Così, mentre il progresso ci rende sempre più facile immagazzinare dati, parole, immagini sottraendoli almeno per un lunghissimo lasso di tempo all’oblio, per paradosso l’uomo tende a espellere da sé, reificandolo, un sapere che sembra a portata di click, a tal punto da risultare a volte, persino inutile e noioso: un orpello di cui poter fare a meno. Ma chi non fa i conti con la propria storia cammina alla cieca. E ho la sensazione che l’umanità proceda al buio.

Ne Il male dei numeri reciti: «La legge ferrea è il male dei numeri / […] Tutto ridurre in sequenza di cifre» e ne La forma nella luce dice: «Vorrei [...] / più voci stonate e meno coro/ e qualche personaggio senza autore». Da questi versi si evince un’aperta critica nei confronti del conformismo e della perdita d’individualità tipiche della realtà che viviamo. Come ti spieghi questo fenomeno?

Sembra che l’uomo non possa più fare a meno della tecnologia. È una dipendenza che ha portato progresso, migliorato la qualità della vita, abbreviato i tempi e accorciato le distanze. Ma ha ridotto tutto, anche il pensiero, a un sistema numerico binario, che pare reggere le sorti del pianeta. La vita umana è appesa a un bit. Naturale che ci si affidi ai numeri. Ma cosa c’è di più omologante di un numero?

Nelle poesie che avete citato (ma anche ne La mosca bianca), esprimo il desiderio che l’uomo riscopra la sua vera natura: la creatività, l’originalità, l’individualità, che è altro dall’individualismo; la capacità di essere artefice della propria sorte, di costruire il proprio futuro con consapevolezza e responsabilità, puntando sulle sue risorse e non affidando le sue speranze a un numero o a una combinazione di numeri, come se tutto fosse una grande lotteria.

Dal punto di vista progettuale, dopo la pubblicazione de Lo spergiuro del gallo, avevi già in mente l’idea di pubblicare un altro libro di poesie o hai lasciato, senza preoccuparsene, che gli eventi e i pensieri seguissero il proprio corso naturale?

Non ho mai forzato la scrittura. Nel mio percorso ci sono momenti di pieno e di vuoto. Fasi in cui la mente è catturata dall’osservazione, dalla percezione di particolari, dalla riflessione. Altre in cui questi pensieri si ricompongono in immagini e in versi. C’è poi il momento di tornare su ciò che si è scritto e di chiudere il cerchio. È quanto accaduto per Lo spergiuro del gallo e per Il posto delle cose. Tra una raccolta e l’altra c’erano già i germi di un nuovo lavoro, ma non potevo prevederne gli sviluppi né darmi una scadenza. Quando ho avvertito che quel cerchio si era chiuso, ho iniziato a pensare a una seconda pubblicazione.

Come nascono le tue poesie: da un flusso continuo di pensieri che si fermano su un’immagine o dalla riflessione critica su un tema che desideri coscientemente trattare?

C’è un felice punto di contatto tra il flusso di pensieri e la riflessione critica: è l’immagine che rimanda a qualcos’altro, il “correlativo oggettivo” che dà concretezza all’intuizione e leggerezza al ragionamento. E la parola deve saper cogliere questo nesso. Attraverso le immagini, in definitiva, passa in rassegna la mia visione della realtà, senza che un’agenda detti i temi da trattare.

Si dice di un musicista che oltre ad avere una buona tecnica debba essere anche in possesso del “tocco”. Il “tocco” è ciò che lo contraddistingue nella sua unicità. In egual misura, quanto è importante avere un proprio stile in ambito letterario?

Non mi discosto dalla formula oraziana dell’ars et ingenium. Ci vuole il “mestiere” e cioè la padronanza degli strumenti espressivi che connotano ogni forma d’arte. Ma non è sufficiente. In musica, per tornare al vostro esempio, si distingue tra un “ottimo esecutore” di spartiti e un grande musicista. Il secondo, a differenza del primo, è in grado di innovare il linguaggio, di far provare emozioni diverse, di distinguersi da ogni altro nell’interpretazione del brano musicale. Senza il talento, che si traduce in uno stile unico e inconfondibile, si può essere dei buoni epigoni, nient’altro. Per chi scrive poesia è quindi inevitabile confrontarsi con altri poeti, soprattutto con i maggiori, ma è importante lavorare senza inibizioni e paure su uno stile e un percorso artistico personali.

Hai affermato che «la poesia è una condizione dell’esistenza». Come vivi la tua condizione di poeta e che peso ha il genere poetico in ambito editoriale?

Non credo si possa essere poeti di professione. La poesia è un lievito che cresce dentro e si rigenera, con tempi e modalità imprevedibili. È una presenza certa ma sfuggente. Si affaccia e scompare. A volte la vedi sgattaiolare e non riesci a coglierla, a fissarla. Ci convivi e non ti fai tante domande. Qualcuno mi chiede che senso abbia scrivere poesia oggi: si legge poco, si vende ancora meno, eppure si scrive e si pubblica moltissimo, sia pure per un pubblico spesso circoscritto a pochi amici o cultori del genere.

Evidentemente per chi scrive è un’esigenza, mentre il lettore, anche il più avveduto, è poco disposto a dedicare tempo a un libro di poesia. Leggere poesia è un’operazione più complessa, perché in un testo conciso, in cui ogni parola è veicolo essenziale di senso e perfino stimolo sensoriale, è racchiusa una molteplicità di messaggi, di emozioni, di sensazioni la cui decodifica è frutto di una negoziazione con il lettore, richiede un suo impegno attivo e creativo.

È forse questo che spaventa, prima ancora che il lettore, l’uomo di oggi, frenetico, avido di soluzioni e risposte pronte all’uso, di prodotti collaudati ad efficacia garantita e possibilmente privi di effetti collaterali. Come siamo tutti, del resto, almeno per una parte della nostra vita o per lunghi momenti delle nostre giornate. E poi a respingere il lettore e a offrirgli un alibi non sempre giustificato, c’è anche, da parte di chi scrive, una certa tendenza all’oscurità o una semplificazione diaristica, che poco ha a che fare con la poesia. In questo contesto, più che mai importante è il ruolo dell’editore.

C’è bisogno di gente che lavori con passione, che fiuti e discerna, che investa e promuova ciò che ritiene valido. Io ho avuto la fortuna di incontrare Lucio Falcone, che rispecchia questo identikit. Ho imparato ad apprezzarne il lavoro, la dedizione e la totale mancanza di preconcetti. Doti che non sempre è facile rintracciare all’interno dei circuiti editoriali maggiori.

Un’ultima battuta: secondo te è possibile trovare la serenità in un mondo, come il nostro, governato dalla legge del disordine?

Bisogna ridare un senso alla nostra esistenza. Fermarci un attimo, se occorre. Sembra impossibile, è vero. Perché tutto ci scorre attorno in un flusso che rischia di schiantare ogni forma di resistenza. Non opporsi sembra il modo più semplice per resistere: è più indolore lasciarsi trasportare piuttosto che mettersi di traverso e farsi travolgere. Però c’è bisogno di riflettere, per capire dove stiamo andando. Forse siamo ancora in tempo per invertire la rotta. Ma serve consapevolezza. E la mia preoccupazione è che per prendere coscienza si debba necessariamente toccare il fondo.

Grazie!

Grazie a voi!

Intervista realizzata da Maria Gerace

(www.editoriasiciliana.it, A colloquio con…, 26 marzo 2012)

Intervista su Editoriasiciliana.it a cura di Maria Gerace

marzo 26th, 2012 § Lascia un commento

Sulla rivista telematica di editoria e cultura Editoriasiciliana.it è stata pubblicata oggi una mia intervista a cura di Maria Gerace. Si parla di poesia e, ovviamente, del mio ultimo libro “Il posto delle cose”. Ecco il link: http://www.editoriasiciliana.it/k2/a-colloquio-con/intervista-a-saverio-vasta

Nuvole di parole…

marzo 12th, 2012 § Lascia un commento

IL MALE DEI NUMERI

La legge ferrea è il male dei numeri
amore passione tradimento
tutto ridurre in sequenza di cifre
in un pentagramma
valzer tango madrigale.
Ti giochi la sorte con i numeri
le favole ti racconti.

(da Il posto delle cose)

Si possono affidare le parole, anche quelle di un libro di poesia, alla “legge dei numeri”? Beh, tra il serio e il faceto, anch’io, vi confesso, non ho resistito alla curiosità di affidare a un freddo software (Wordle) le parole del mio libro per produrre una “nuvola” che dà maggiore risalto alle parole che compaiono più di frequente nel testo. Merito (o colpa) del mio amico Alessandro, che mi ha fatto scoprire il programma.

Foto presentazione al Pickwick

marzo 7th, 2012 § Lascia un commento

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Il posto delle cose. L’articolo di Centonove che annuncia la presentazione al Pickwick

marzo 7th, 2012 § Lascia un commento

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Pubblicato venerdì 2 marzo 2012 su Centonove

Il posto delle cose. La presentazione a Messina al Circolo Pickwick.

marzo 5th, 2012 § Lascia un commento

Dario Tomasello, Saverio Vasta, Katia Trifirò al Pickwick

Domenica mattina, al Circolo Pickwick, Dario Tomasello e Katia Trifirò hanno presentato il mio libro “Il posto delle cose” dinanzi a un pubblico numeroso. Con Katia abbiamo condotto un’interessante conversazione/intervista. Alcuni versi sono stati letti da Francesco Natoli.

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